INTO THE VOID mostra collettiva a cura di Alessia Caforio

INTO THE VOID mostra
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Quando
Date(s) - 10/09/2021 - 23/09/2021
Tutto il giorno

Dove
Medina Roma


Da Venerdì 10 Settembre a Giovedì 23 Settembre 2021, la nostra Medina Roma Art Gallery presenta INTO THE VOID mostra collettiva a cura di Alessia Caforio, con il Patrocinio del Municipio Roma I Centro di Roma Capitale. Vernissage Venerdì 10 Settembre ore 18.00.

Artisti in esposizione: Antonella Iris De Pascale, Peppe Esposito, Chengjin-Fu, Daichi Imazeki, Mariangela Inglese, Rosalba Mura, Ming-Tang, Antonella Vittorini.

INTO THE VOID mostra

 

«Trenta raggi nella ruota di un carro convergono nel mozzo che è il centro.
Ma nel centro non c’è nulla ed è proprio per questo che funziona!
Se plasmate una tazza dovete creare una cavità: è il vuoto che la rende utile.
In una casa o in una stanza sono gli spazi vuoti (le porte e le finestre) che la rendono utilizzabile.
Tutti usano ciò di cui sono fatti per fare ciò che fanno, ma senza il loro nulla non sarebbero niente»
DAODEJING, CAPITOLO XI

«Natura abhorret a vacuo»
ARISTOTELE

INTO THE VOID mostra collettiva – concept

Dove risiede la verità? Nella dottrina orientale del Tao, promotrice del vuoto come forza generatrice del pieno, oppure nella filosofia aristotelica di cui siamo figli, nonché debitori della paura con cui guardiamo al vuoto, che sfocia in secoli di arte caratterizzata dal cosiddetto Horror Vacui?
Il vuoto diventa il tema cardine della mostra collettiva di Medina Roma Art Gallery. Al fine di proseguire l’indagine artistica contemporanea con uno dei temi forse più temuti e al tempo stesso affascinanti, attraverso opere di pittura, scultura, fotografia, digital e installazioni.
Concetto talmente infido da essere sottovalutato, il vuoto può apparire come un’entità priva di ogni significato, forma, profondità, utilità. Oppure questo è quanto diciamo a noi stessi per esorcizzarne il timore suscitato da sempre nella cultura occidentale, assoggettata al pensiero greco di Aristotele secondo il quale la natura rifugge il vuoto e perciò tende a riempirlo costantemente.
In realtà le affermazioni aristoteliche si scontrarono con la scuola pitagorica antica e la filosofia atomista, secondo le quali il vuoto esiste in quanto necessità, più precisamente come principio ontologico per l’esistenza degli enti. Eppure il pensiero di Aristotele ha prevalso imprimendosi a fondo in quello artistico, così da far introdurre a Mario Praz la definizione di Horror Vacui in relazione all’arredamento di epoca vittoriana, estesa successivamente a manifestazioni artistiche precedenti, fino ad evocare “una cultura di Horror Vacui che ci accompagna da secoli”. Si può dunque affermare che l’occidente guarda all’arte come un modo per sopperire il vuoto al pari della Natura. Dalla rottura intenzionale dell’armonia tra vuoti e pieni del Partenone è nata l’arte anticlassica, come si rileva nel decorativismo fittissimo di alcuni sarcofagi romani, longobardi, nei codici miniati e parallelamente nell’arte islamica, influenzata dalla tradizione bizantina. Anche l’arte gotica con le sue cattedrali dai portali traboccanti di sculture e virtuosismi incisi nella pietra, ha contribuito a riempire il vuoto allo stremo. Poi un ritorno alla classicità, una battuta d’arresto durante il Rinascimento a cui ha fatto seguito l’eccesso senza freni del Barocco mai più eguagliato nei secoli successivi, ma sfiorato dall’astrattismo schizzato di Jackson Pollock, il collezionismo spasmodico di Arman, il simbolismo saturo e ripetuto di Jean Dubuffet e Keith Haring, per citare alcuni esempi.
Profondamente differente il pensiero taoista orientale, dove l’attività artistica non esprime il concetto di vuoto ma ne fa esperienza, fondendo il processo creativo dell’opera con la meditazione. Il non-essere alla base della filosofia mistica taoista difatti è un vuoto determinato, ovvero esattamente l’opposto del nihil come nulla assoluto del pensiero occidentale.
Se nel taoismo il vuoto non esiste allo stato puro, ma esiste solamente in relazione al pieno, esso è necessario per la costituzione di ogni cosa e rappresenta la vera utilità di ogni oggetto.
In relazione a tale concezione di compenetrazione di vuoto e pieno, nell’estetica figurativa orientale ricorre una costruzione aprospettica nella quale si dispongono i segni o le figure. L’artista può raggiungere la padronanza del vuoto attraverso un’intensa pratica meditativa che gli permetta di concentrarsi unicamente sull’azione svolta, dimenticando sé stesso ed ogni emozione.
Un esempio di come la filosofia orientale affacciandosi nel panorama occidentale ne abbia influenzato a tratti gli esiti è l’indagine sulla spazialità di Lucio Fontana, in cui il taglio, producendo un vuoto nel quadro, diviene elemento di costruzione e non di disfacimento dell’opera. Dai buchi e dai tagli praticati nella tela Fontana ha svelato che l’arte è fatta di materia e di spazio e che lo spazio è l’opera, che essa si fa con lo spazio e che la materia è infinita.
Questi i pilastri attorno ai quali il dibattito sul vuoto si è condensato, da una parte l’estetica del vuoto orientale e dall’altra l’horror vacui occidentale. Da un lato l’artista vuoto, che raggiunge l’apice dell’espressione artistica solo quando dimentica sé stesso e dall’altra l’artista-genio che celebra sé stesso nella sua arte.
Se l’Arte è lo specchio della società e dell’epoca in cui è stata prodotta, mai come oggi il vuoto è un concetto avvertito profondamente nell’era digitale, ad esempio, dove la connessione con una moltitudine di persone in tutto il mondo non sopperisce alla solitudine fisica che la tecnologia fa dimenticare di colmare. Temuto è il sopraggiungere del vuoto perché ci ritroviamo a fronteggiare noi stessi, i nostri pensieri più profondi, i desideri inespressi, le paure che ci perseguitano.
Il vuoto ed il senso che gli viene assegnato, ad oggi resta un concetto la cui definizione, negativa o positiva che sia, è strettamente legata alla soggettività di ogni individuo; INTO THE VOID è dunque un’progetto che vuole mettere a nudo la percezione del vuoto che hanno gli artisti, smentendo, confermando o rovesciando le speculazioni artistiche succedutesi fino ad ora, combinando tecniche e personalità fra loro differenti, onde accrescere la conoscenza del panorama artistico contemporaneo.

INTO THE VOID mostra collettiva – Antonella Iris De Pascale

Antonella Iris De PascaleAntonella Iris De Pascale, Frammenti di me a Tangeri, 63×83 cm, tecnica mista su tela, 2015 / Fragments of me in Tangier, 63×83 cm, mixed technique on canvas, 2015

Per Antonella Iris De Pascale riempire il vuoto è un’urgenza caleidoscopica di reminiscenze, figlie di sogni e di esperienze vissute che il più delle volte si compenetrano, fondendosi in un unicum inscindibile, dove non è più possibile distinguere il piano reale, vissuto e assaporato, dal piano onirico tessuto dalla mente durante il sonno. Frammenti di me a Tangeri è un accumulo, l’esperienza di vita dell’artista di accumulare oggetti in modo compulsivo che qui traduce in una stratificazione di colori, sensazioni, emozioni, materia, feticci, ricordi. Questi elementi danno illusoriamente tridimensionalità a un supporto bidimensionale come una tela, affinché l’opera trasporti lo spettatore nella realtà creata dall’artista, talmente eclettica ed eterogenea, dalle molteplici contaminazioni etniche e culturali, da risultare come un altrove universale.

«Nelle mie tele ci deve essere un’armonia dei pieni tra colori e figure, perché mi da l’idea che si possa osservare il quadro su più livelli, quasi diventasse tridimensionale. Vado a cercare l’equilibrio nel pieno.» – Antonella Iris De Pascale.

[ENG] According to Antonella Iris De Pascale filling the void is a kaleidoscopic urgency of reminiscences made of dreams and lived experiences that melt mostly into an inseparable unicum, where it is no longer possible to distinguish the real plane, experienced and savoured, from the dreamlike plane woven by the mind during sleep. Fragments of me in Tangier is an accumulation, the artist’s life experience of compulsively accumulating objects, which she translates here into a stratification of colours, sensations, emotions, matter, fetishes and memories. These elements give an illusory three-dimensionality to a two-dimensional support such as a canvas, in order to transport the viewer into the reality created by the artist, which is so eclectic and heterogeneous, with multiple ethnic and cultural contaminations, that it is like a universal elsewhere.

«In my canvases there must be a harmony of solids between colours and figures, because it gives me the idea that the painting can be observed on several levels, almost as if it were three-dimensional. I look for balance in the fullness.» – Antonella Iris De Pascale.

INTO THE VOID mostra collettiva – Peppe Esposito

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Peppe Esposito, Laguna di Orbetello 2016, Fotografia, 50×40 cm / Orbetello lagoon 2016, Photo, 50×40 cm & Spiaggia di Termoli 2007, Fotografia, 50×40 cm / Termoli Beach 2007, Photo, 50×40 cm

Peppe Esposito indaga il vuoto con la fotografia, offrendoci prospettive che si aprono su orizzonti di luoghi remoti e dimenticati. L’occhio dello spettatore è attirato dall’elemento chiave della composizione, ora un blocco di cemento dalla forma geometrica che quasi incornicia il paesaggio sconfinato a cui si sovrappone, ora la forma cilindrica di un mulino. L’assenza del colore e l’utilizzo del bianco e nero evidenziano ancora di più il gioco di forme e contrasti di luce. In Laguna di Orbetello, in Toscana, c’è un mulino solitario, immerso nelle acque placide e nel silenzio. E’ il Mulino spagnolo una specie di un indomito e perenne Don Chisciotte di pietra rimasto a guardia della città. In Spiaggia di Termoli, invece, protagonista è un grosso buco in una parete di cemento appartenente ai resti di una costruzione abusiva sulla spiaggia nel Molise. Il buco, simbolo evocativo del vuoto, ci fa intravedere l’infinito mare su una spiaggia deserta di una nuvolosa mattinata di fine estate. Su queste strutture solitarie, poiché esposte alle intemperie e al dominio incontrastato della natura, soffia il vento del cambiamento progressivo e lento. Non si può fare a meno di citare le parole di Don Chisciotte cui l’artista ha reso omaggio in Laguna di Orbetello: «Pensare che le cose di questa vita abbiano da durar sempre ferme in un punto è pensare inutilmente; sembra anzi che la vita giri tutto a tondo, […] sola la vita umana corre alla sua fine più veloce del vento, senza aspettare di rinnovarsi, se non sia nell’altra che non ha confini che la limitino.»

[ENG] Peppe Esposito investigates the void with photography. He gives us perspectives that open up to horizons of remote and forgotten places. The viewer’s eye is drawn to the key element of the composition, now a block of concrete with a geometric shape that almost frames the boundless landscape it overlaps, now the cylindrical shape of a mill. The absence of color and the use of black and white highlight even more forms and contrasts of light. In Orbetello Lagoon, in Tuscany, there is a solitary mill, immersed in placid waters and silence. It’s the Spanish Mill, a sort of untamed and perennial stone Don Quixote left to guard the town. In Termoli beach, the protagonist is a large hole in a concrete wall belonging to the remains of an unauthorized construction on the beach in Molise. The hole, an evocative symbol of emptiness, gives us a glimpse of the infinite sea on a deserted beach on a cloudy late summer morning. On these solitary structures, since they are exposed to the weather and to the uncontested dominion of nature, blows the wind of progressive and slow change. So must must be mentioned the words of Don Quixote to whom the artist has paid homage in Orbetello Lagoon: “To think that the things of this life are always to last still in one point is to think uselessly; indeed, it seems that life goes round and round, […] only human life runs to its end faster than the wind, without waiting to renew itself, except in the other which has no boundaries to limit it.”

INTO THE VOID mostra collettiva – Chengjin-Fu

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Chengjin-Fu, Sopra-le-rovine, Fotografia, 50x70cm, 2021 / On the ruins, Photo, 50x70cm, 2021

«Le rovine sono il mio posto di lavoro più ampio e più libero, e rappresentano anche la mia strada che va da un ambito più ristretto ad uno più vasto e anche indicano il processo dall’essere alla leggerezza dell’essere… Mi piace cercare la luce nell’oscurità, nel buio, nell’acqua fangosa: la mia anima vaga tra le rovine come un selvaggio. Nelle rovine mi sento di non essere solo una artista, ma una polvere nell’Universo, una vecchia tavola di legno, una piastrella, un’anima in sintonia con il suono» –  Chengjin Fu

Questa fotografia è tratta dalla performance di Earth Music dell’artista cinese Chenjin Fu, nota nel campo della land art e della musica. Il progetto di Chengjin Fu, dal titolo Sopra le rovine, è suddiviso in tre parti: “Desert”, “Ruins” e “Gift from angel”. La scena catturata nella fotografia ritrae l’artista al pianoforte, durante il secondo atto, intenta a suonare una melodia attraverso cui probabilmente esalta l’atmosfera decadente della scena allestita appositamente, capace allo stesso tempo di attuare un coinvolgimento più profondo dello spettatore. Alcune colombe si levano in volo, conferendo una nota surreale alla performance. Chengjin Fu riesce a sublimare la malinconia attraverso la musica del piano, che tramite la fotografia non siamo in grado di udire, eppure riusciamo ad immaginare come possa al contempo riempire lo spazio, l’aria, il vuoto e l’abbandono delle rovine, trasformandone la percezione che abbiamo di essi. Attraverso l’artista e la sua musica lo spettatore e le rovine entrano in sintonia.

[ENG] «Ruins are my wider and freer workplace, and they also represent my way from a narrower to a wider scope and also indicate the process from being to the lightness of being… I yearn for light in the darkness, in the dark, in the muddy water: my soul wanders in the ruins like a savage. In the ruins I feel that I am not just an artist, but a dust in the Universe, an old wooden board, a tile, a soul in tune with sound» – Chengjin Fu

This photograph is from the Earth Music performance by Chinese artist Chenjin Fu, a well-known land art and music artist. Chengjin Fu’s project, entitled Above the Ruins, is divided into three parts: “Desert“, “Ruins” and “Gift from angel“. The scene captured in the photograph depicts the artist at the piano during the second act, intent on playing a melody through which she probably enhances the decadent atmosphere of the specially prepared scene, capable at the same time of creating a deeper involvement of the spectator. Doves fly overhead, lending a surreal note to the performance. Chengjin Fu succeeds in sublimating melancholy through the music of the piano, which we cannot hear through photography, yet we can imagine how it can simultaneously fill the space, the air, the emptiness and the abandonment of the ruins, transforming our perception of them. Through the artist and his music, the spectator and the ruins come into harmony.

INTO THE VOID mostra collettiva – Daichi Imazeki

Europy

Daichi Imazeki, Europi serie, 31×41 cm, olio/acrilico su tela, 2018/2020 / Europy series, 31×41 cm, oil/acrylic on canvas, 2018/2020

L’artista nipponico Imazeki si affeziona ad un’immagine femminile dai lunghi capelli biondi, vistosa frangia e luminosi occhi azzurri, una serialità che rimanda a quella della Marilyn di Andy Warhol. Imazeki, come Warhol, attinge allo schema rappresentativo dell’icona bizantina, ma in modo più evidente: la figura dai contorni piatti, il viso incorniciato e ravvicinato, la fissità dello sguardo felino concorrono a emulare i caratteri distintivi della tradizione figurativa della cristianità ortodossa. Al contempo la tecnica coloristica e l’enfatizzazione dello sguardo e delle labbra ricorda la tradizione del manga giapponese. Ma Imazeki non si ferma qui, bensì da un nome e un’identità precisa al suo idolo, Europi, una supermodella proveniente dal pianeta Europa, alta 175 cm. Di volta in volta il viso enigmatico di Europi ci sorride stagliandosi su uno sfondo diverso. A noi non resta che ammirarla. La bellezza di Europi riempie il mondo, è capace di sopraffare i nostri sensi e sembra non lasciare spazio per nulla di noi. “Bellezza è terrore. Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare” afferma difatti Donna Tartt nel suo romanzo più celebre, The Secret History.

[ENG] Japanese artist Imazeki is attached to a female image with long blond hair, flashy bangs and bright blue eyes, a seriality reminiscent of Andy Warhol’s Marilyn. Imazeki, like Warhol, draws on the representational scheme of the Byzantine icon, but in a more evident way: the figure with its flat contours, the framed and in close-up face, the fixity of the feline gaze all help to emulate the distinctive features of the figurative tradition of Orthodox Christianity. Likewise, the colouring technique and the emphasis on the eyes and lips recall the tradition of Japanese manga. Imazeki also gives a name and a precise identity to his idol: Europi, a supermodel from planet Europe, 175 cm tall. Each time Europi’s enigmatic face smiles at us against a different background. All we have to do is admire her. Europi’s beauty fills the world, is able to overwhelm our senses and seems to leave no room for any of us. “Beauty is terror. Whatever we call beautiful, we quiver before it” says Donna Tartt inThe Secret History, her most famous novel. 

INTO THE VOID mostra collettiva – Mariangela Inglese

monolith mariangela inglese

Mariangela Inglese, Monolite, 100×120 cm, stucco su tela, 2021 / Monolith, 100×120 cm, stucco on canvas, 2021

La pittura materica di Mariangela Inglese da sempre si distingue per il particolare utilizzo del colore, mescolato a materiali corposi e densi, veicolo di stati d’animo precisi e differenti che agiscono sulla sfera emotiva dello spettatore. Questa volta l’artista mette a nudo lo stucco, materiale prediletto, presentandocelo al suo stato naturale, in un bianco disarmante. Assenza, quella cromatica, che rende Monolith un’opera estremamente intima e personale, una finestra sull’io profondo dell’artista che, sopraffatta, decide di sottrarsi al caos spegnendone urla e colori, persino le emozioni, rendendoci partecipi della sua catarsi. Dunque purificazione, dove il bianco, colore non colore, anch’esso un rimando alla purezza, induce lo spettatore alla moderazione, abbandonando ogni pulsione emotiva per assurgere ad un’elevazione psichica e morale.

«In un mondo pieno, sin troppo, di colori, di immagini, di fotogrammi spezzati, di urla, di voci troppo alte, il mio improvvisamente è diventato bianco e muto… un tuffo meraviglioso nell’estremo silenzio, un lento sciabordio che mi porta e mi guida come un grande monolite.» – Mariangela Inglese

[ENG] The material painting of Mariangela Inglese has always stood out for its particular use of colour, mixed with full-bodied and dense materials, a vehicle for precise and different moods that act on the spectator’s emotional sphere. This time the artist bare stucco, her favourite material, presenting it to us in its natural state, in a disarming white. The absence of colour makes Monolith an extremely intimate and personal work, a window onto artist’s deepest self which, overwhelmed, decides to escape from the chaos by switching off its screams and colours, even its emotions, making us participants in her catharsis. So purification, where white, a colour that is not colour, also a reference to purity, induces the spectator to moderation, abandoning all emotional impulses to rise to a psychic and moral elevation.

«In a world with too much colours, images, broken frames, screams, too high voices, mine has suddenly become white and silent… a marvellous dive into extreme silence, a slow lapping that carries me and guides me like a great monolith.» – Mariangela Inglese

INTO THE VOID mostra collettiva – Rosalba Mura

Rosalba Mura

Rosalba Mura, Urlo Quantico, 60×60 cm, acrilico su tele, 2021 / Quantum Scream, 60×60 cm, acrylic on canvas, 2021

“E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.”

Queste parole di Friedrich Nietzsche sembrano risuonare, minacciose e sfidanti, nel mentre si fronteggia Urlo Quantico di Rosalba Mura. Dobbiamo avere il coraggio di ascoltare il grido viscerale che sembra generato dai meandri più oscuri e profondi della tela, anzi dalla sovrapposizione di più tele. Allora, come le tele, il grido diventa quello di tante voci sovrapposte, forse di un’umanità che ha preso consapevolezza di una verità inquietante. Sono le urla di chi ha guardato oltre l’abisso scoprendo che l’universo è multidimensionale. Il tempo non è lineare, ma frazionato in attimi sparsi, come schegge di vetro infranto. Mura opera nell’assenza del colore concentrandosi sulla dualità nella contrapposizione del bianco e del nero, nella ripetitività delle superfici contrapposte, bucando la materia alla ricerca di nuove visioni, altri mondi, di nuovi confini intimi, personali e spirituali. Abissi tesi alla de/costruzione e rappresentazione di un’alterità fluida e fuggevole

[ENG] “And if you gaze long enough into an abyss, the abyss will gaze back into you.”

These words of Friedrich Nietzsche seem to resound, threatening and challenging, as we confront Rosalba Mura’s Quantum Scream. We must have the courage to listen to the visceral cry that seems to be generated by the darkest and deepest meanderings of the canvas, by the overlapping of several canvases, indeed. Then, like the canvases, the cry becomes that of many voices over each other, perhaps of a humanity that has become aware of a disturbing truth.These are the cries of those who have looked beyond the abyss and discovered that the universe is multidimensional. Time is not linear, but fragmented into scattered moments, like shards of broken glass. Mura works in the absence of colour, concentrating on duality in the juxtaposition of black and white, in the repetitiveness of opposing surfaces, piercing the material in search of new visions, other worlds, new intimate, personal and spiritual boundaries. These are abysses aimed at the de/construction and representation of a fluid and fleeting otherness

INTO THE VOID mostra collettiva – Ming-Tang

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Ming-Tang, Sopra le rovine – performance, Fotografia, 70×50 cm, 2021 / On the ruins – performance, Photo, 70×50 cm, 2021

In questo scatto di Ming-Tang, tratto dalla performance Sopra le rovine, l’artista Chengjin Fu è ritratta nuda in un ambiente fatiscente e abbandonato, in rovina per l’appunto. I piedi appoggiano su un cumulo di macerie, lo sguardo è rivolto verso l’alto, dove una pioggia di palloncini gialli incombe su di lei. Una sorta di nuova Eva cacciata dall’Eden che eppure può ritrovare la speranza di ricostruire il proprio mondo. Difatti nel grigiore desolato di un edificio abbandonato a sé stesso la nota di colore che irrompe sulla scena sembra quasi avere una funzione salvifica. Le rovine, vere protagoniste dell’opera, esercitano un fascino dolente e ambiguo sugli artisti cinesi, Ming Tang e Chengjin Fu. Il Rovinismo difatti è entrato prepotentemente nel mondo dell’arte con il romanticismo, per comunicare un senso di precarietà ineluttabile, di come tutto sia soggetto al tempo che scorre e tutto corrode. Basti pensare alle atmosfere decadenti di Friedrich, così surreali e cariche di mistero. Ming Tang e Chengjin Fu reinterpretano il rovinismo in una sapiente fusione tra classicismo e contemporaneità, utilizzando nuovi mezzi espressivi come la land art e la performance musicale. A tal proposito scriveva Gustave Flaubert «Rovine. Fanno sognare e donano poesia a un paesaggio.»

[ENG] In this shot by Ming-Tang, taken from the performance Above the Ruins, the artist Chengjin Fu is portrayed naked in a dilapidated and abandoned environment, in ruins. Her feet are resting on a pile of rubble, and her gaze is turned upwards, where a rain of yellow balloons hangs over her. A sort of new Eve cast out of Eden who can still find hope of rebuilding her world. Indeed, in the desolate greyness of a building abandoned to itself, the note of colour that bursts onto the scene seems almost to have a saving function. The ruins, the real protagonists of the work, exert a painful and ambiguous fascination on Chinese artists, Ming Tang and Chengjin Fu. In fact, Ruinism entered the world of art with Romanticism, to communicate a sense of ineluctable precariousness, of how everything is subject to time passing and corroding everything. Just think of Friedrich’s decadent atmospheres, so surreal and full of mystery. Ming Tang and Chengjin Fu reinterpret ruinism in a skilful fusion of classicism and contemporaneity, using new means of expression such as land art and musical performance. Gustave Flaubert wrote about that «Ruins. They make one dream and give poetry to a landscape.»

INTO THE VOID mostra collettiva – Antonella Vittorini

INTO THE VOID mostraAntonella Vittorini, Danzatori Sufi, 40×30 cm, 2019, pittura: pigmenti naturali con tempera all’uovo su tela camottata su tavola per il fondo scuro e pittura: pigmenti naturali con tempera alla caseina su tavola con malta alla caseina per il fondo celeste / Sufi dancers, 40×30 cm, 2019,  painting: natural pigments with egg tempera on coated canvas on board for the dark background and painting: natural pigments with casein tempera on board with casein mortar for the light blue background & La Porta del Sole, 60×40 cm, pittura acrilica su malta acrilica su tavola, 2021 / The Gate of the Sun, 60×40 cm, acrylic paint on acrylic mortar on board, 2021

«Grande cosa è la capacità di trovare o di ritrovare il modo e la via di liberare la mente da ogni cosa e raggiungere così quel prezioso ‘vuoto’ capace di rigenerare o creare un campo di energia vitale.» – Antonella Vittorini

In Danzatori Sufi, Antonella Vittorini ci porta alla scoperta di una danza orientale di carattere rituale, pervasa da un sottile simbolismo. La danza Sufi è detta anche dei Dervisci Rotanti poiché si origina proprio dalla forma del cerchio, il quale rappresenta unità e perfezione ed è un tramite per assurgere alla dimensione divina. I danzatori ritratti da Vittorini si stagliano sul fondo oscuro con le loro vesti bianche, simbolo di purezza, o divengono figure eteree quasi fondendosi con il cielo azzurro di un orizzonte appena delineato. Sono figure sospese in un movimento pregno di dinamismo, eterno ed infinito perché circolare, il cui epicentro è vuoto così come vuote sono le menti dei danzatori ormai totalmente rapiti dalla danza, il loro ego si si annulla ed i loro corpi sono un vaso ricolmo d’energia. Non v’è alcun turbamento, il vuoto è portatore di pace e armonia.

«Edificate in luoghi scelti e selezionati con antica saggezza e sapienza, nella semplicità ed essenzialità di antiche forme architettoniche, alcune strutture del passato riescono a ‘definire’ uno spazio ‘vuoto’ che diventa ed è, al tempo stesso, origine e varco, punto di partenza e punto di transito verso inimmaginabili e sconosciute fonti di energia e di conoscenza.» – Antonella Vittorini

In La Porta del Sole, metafora del vuoto è tale reperto archeologico, ricavato da un unico blocco di andesite, situato a Tiahuanaco, in Bolivia, il quale secondo una leggenda Aymara, sarebbe servito ad aiutare l’umanità in un momento di grande difficoltà in futuro. Il vuoto creato dall’arcata del portale è in realtà un accesso ad altri mondi, verso l’ignoto ed eventi sconosciuti. Il sole luminoso, quasi accecante, sembra quasi un concentrato di energia scaturente dallo stesso portale, attivato da forze arcane, mentre il cielo dalle pennellate corpose si accende e brucia come magma.

[ENG] «A great thing is the ability to find or rediscover the way to emptying the mind from everything and thus achieve that precious ‘emptiness’ capable of regenerating or creating a field of vital energy.»  – Antonella Vittorini

In Sufi Dancers, Antonella Vittorini takes us on a discovery of an oriental ritual dance, pervaded by subtle symbolism. Sufi dance is also known as the dance of the Rotating Dervishes because it originates from the shape of the circle, which represents unity and perfection and is a means of reaching the divine dimension. The dancers portrayed by Vittorini stand out against the dark background with their white robes, a symbol of purity, or become ethereal figures almost merging with the blue sky of a barely outlined horizon. They are figures suspended in a movement full of dynamism, eternal and infinite because it is circular, whose epicentre is emptiness just as empty are the minds of the dancers who are now totally kidnapped by the dance, their egos are cancelled and their bodies are a vessel full of energy. There’s no disturbance, the emptiness is the bearer of peace and harmony.

«Built in places chosen and selected with ancient wisdom and knowledge, in the simplicity and essentiality of ancient architectural forms, some structures of the past succeed in ‘defining’ an ‘empty’ space that becomes and is, at the same time, origin and gateway, starting point and transit point towards unimaginable and unknown sources of energy and knowledge.»  – Antonella Vittorini

In  Gateway to the Sun, these archaeological ruins are the metaphor of emptiness, carved from a single block of andesite, located in Tiahuanaco, Bolivia, which according to an Aymara legend, would have served to help humanity in a time of great difficulty in the future. The void created by the arch of the portal is actually a way to other worlds, to the unknown and unknown events. The bright, almost blinding sun seems to be a concentration of energy emanating from the portal itself, activated by arcane forces, while the sky with its dense brush strokes lights up and burns like magma.

 

Concept, testo generale ed analisi delle opere e degli artisti a cura di Alessia Caforio.

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