MANLIO. Viaggio nella memoria. 100 anni fa nasceva Manlio Guberti

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Date(s) - 08/12/2017 - 27/12/2017
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Medina Roma


Per celebrare il centenario della nascita del pittore Manlio Guberti Helfrich (1917-2003)  Medina Roma ospita la personale dal titolo: MANLIO. Viaggio nella Memoria. La mostra è realizzata in collaborazione con la famiglia del pittore e il patrocinio del Comune di Roma.

Vernissage: Venerdì 8 Dicembre ore 18.00

Serata- Evento: Sabato 16 Dicembre ore 18.00

Apertura al pubblico: 8-14 e 16-27 Dicembre 2017 | Lun- Ven 10-13 e 15-19.

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MANLIO. Viaggio nella Memoria

Manlio Guberti Helfrich, nel suo nome la sua vita, le sue origini, il suo talento. Avvocato, pianista, appassionato di fisica e, soprattutto, pittore. Nacque a Ravenna nel 1917 e morì nelle campagne romane nel 2003; in questa sua personale ne celebriamo il centenario della nascita. Una vita intensa, emozionante, avventurosa, talvolta piena di ostacoli e tormenti, talvolta fatta di meraviglie e onori. Per decisione dell’illustre padre, diventa avvocato; alla morte del capofamiglia, per non arrecargli dolore, segue la sua vera natura, quella di pittore. La nuova vita lo porta a Roma, dove diventa allievo del Bartoli. Non sarà una vita facile, ma la sua caparbietà e la convinzione di essere nel giusto lo porterà sempre più avanti.

Le prime opere

Le sue prime tele ricordano i maestri fiamminghi dove i paesaggi olandesi sono i protagonisti. I suoi quadri dello stesso formato denotano un lavoro di grande dedizione e disciplina. A poco a poco, questo giovane e colto ragazzone “dalle spalle quadrate e l’andatura dinoccolata”, inizia a farsi notare nel mondo artistico; iniziando ad esporre sia a Roma che all’estero. La corrente impressionista lo interessa ma solo per potersi da questa allontanare. Un certo suo simbolismo lo fa vagamente apparire simile a De Chirico, le sue forti esigenze conoscitive e dinamiche lo portano a sperimentare nuove forme d’arte.

Il periodo Cubista

Ci riprova con il cubismo ma anche qui, la sua lettura, la sua evoluzione rende la pittura di Manlio personale, metafisica, evocativa, surreale, fantasiosa. Il cubismo viene da lui inteso solo come un’esperienza, i nuclei cubici e sferici ricompongono la realtà nella sua esistenza simbolica e spaziale. Affrontando il problema della scomposizione cubista sostituisce il freddo geometrismo con una semplificazione più aperta. Questa ricerca di serena bellezza e di una chiara verità è una trasfigurazione di una realtà vissuta nel proprio intimo. Le tele di Manlio, come predilige farsi chiamare, sono sogni che prendono vita e diventano proprie realtà.

Questo passaggio dal “sogno” alla “realtà ideale”…

…non è una semplice costruzione, ma una creazione che avrà successo solo nel momento in cui diventa “trasfigurazione”. La trasfigurazione viene intesa come un proseguire oltre la figura, andare oltre qualcosa che in realtà non esiste per colmare il vuoto creato. I suoi quadri ci trasmettono un senso di assoluto lasciandoci una dolce sensazione di mistero. Il suo stile diventa sempre più personale, il colore più ricco e più profondo. Del Bartoli mantiene e affina la sensibilità tonale che si articola attraverso rapporti chiari ed armonici.

Il periodo pugliese…

Nel Tavoliere delle Puglie riscopre la sua dimora ideale e affitta una spoglia torre Aragonese che diventerà il suo atelier e abitazione. La natura della Puglia è perfetta per il suo temperamento angoloso, massiccio, pieno di delicatezza e modestia, esteriormente semplice ma complicato e tormentato nell’intimo. Si fonde con ardore nel mondo del sud; esplosivo e ardente solo dopo averlo fatto suo, assimilando i sentimenti e i valori spirituali di questa terra. Ritroviamo questa sensazione di calma assoluta nelle tele, dove queste emanano silenzio, pace e gratitudine.

…calma assoluta nelle tele…

I cieli delle Puglie l’azzurro grigio costituiscono un momento di pace e ristoro, le luce e le ombre sono riposanti, dopo tanta sofferenza e travaglio. Davanti a questi cieli riposano case e alberi, “caldo freddo” e “ombra e luce”, umanità viva sotto un cielo irreale. I quadri apparentemente freddi nascondono una sofferenza che non vuole esplodere, ma preferisce rimanere chiusa in se stessa. Incredibile e commovente è il modo in cui lo spirito nordico di Manlio Guberti abbia saputo penetrare nell’animo meridionale, entrando in contatto con gli autoctoni, innamorandosene.

Questa sua infatuazione della terra e dei suoi abitanti….

…lo porterà a scrivere un libro dal titolo Lettere da monte Orcius e numerosi articoli di denuncia e sensibilizzazione in favore e in difesa di quel mezzogiorno dissestato e dimenticato. Per questi ultimi utilizzerà lo pseudonimo di Giulio Bertam, anagramma del suo nome. Con tanto rispetto e amore testimonia nel mondo, nelle sue future esposizioni, questa terra bruciata dal sole e lavata dalle acque della pioggia, selvaggia e lieve. Manlio Guberti dice: “il paesaggio pugliese è  come il paesaggio greco, basta vederlo per avere l’impressione che debba generare l’uomo”. Le sue opere sono spoglie di elementi piacevoli e di effetti attraenti; si  avverte solo  la sensazione di assoluto, di estatica contemplazione dell’uomo davanti alla natura intesa come mistero.

Le tele del periodo pugliese emanano silenzi…

…sono dirette, forti testimonianze, spogliate, scevre di tutti gli elementi non necessari. Rifuggendo da qualsiasi austerità pittorica, rimangono solo i cieli, le vorticose forme del mare e i campi inondati da sole. Sogna i suoi quadri, sogna la sua Puglia; ma la  pittura non ha nulla da vedere con le emozioni immediate e distinte, non si lascia suggestionare dall’improvvisazione. Il suo talento è sobrio, fatto di equilibrio ed emerge sempre più la sua tendenza innata per la composizione, disposizione ritmica degli elementi descritti. Ogni parte ha una ragion d’essere, ogni impasto di colore esiste solo in rapporto agli altri. Anche il più semplice dei paesaggi è frutto di un  studio meticoloso, di una costruzione; con mezzi semplicissimi, con poche linee ben pensate ottiene deliziose armonie lineari, plastiche e cromatiche.

Questi paesaggi fatti di semplici e dense masse…

….non sono una riproduzione della realtà, ma il sentimento che il paesaggio evoca, fatto solo di ricordi e memorie.  Il suo “semplicismo” non è “semplicità”. La sua pennellata è compatta e unita e grazie alla sua ferrea disciplina raggiunge un perfetto equilibrio tonale, pensoso e malinconico, che ribalta in talune occasioni, contaminandolo con la sua latinità gioiosa. Riesce sempre più a far entrare nel linguaggio figurativo i valori di quello non figurativo o astratto. I critici d’arte si innamorano di lui proprio per questo suo nuovo modo di dipingere e lo invitano a esporre alla biennale di Venezia, Parigi, Monaco, Roma.

“Nelle Puglie Manlio Guberti ha trovato il suo linguaggio pittorico….”

Subisce un furto nella sua amata torre, colori, tele, quel poco che aveva faticosamente costruito, scompaiono in una notte. Deluso, arrabbiato, deve per forza  ritornare a Roma, troppo rischioso è preparare l’importante esposizione per  Bruxelles , in questa non sicura terra. Ma basterà il suo sguardo rivolto al cielo stellato del Gargano a farlo rimanere.. questa ormai è la sua terra. “Nelle Puglie Manlio Guberti ha trovato il suo linguaggio pittorico e in Manlio Guberti le Puglie hanno trovato il suo pittore” cosi raccontava Umberto Favia in una trasmissione radiofonica parigina .

L’ America….

Invitato dal governo americano come vincitore della borsa di studio Fulbright , partecipa nel 1952 al New Italia Renaissance. Soggiorna a New York ospite di Spencer Tracy, Katharine Hepburn, John Ford ,amici e sostenitori nonché clienti. Porta in America la sua Puglia, un luogo poco noto agli americani, fuori dai circuiti turistici come Venezia, Firenze, Roma. Scappa dalla frenesia mondana di New York , rifugiandosi in Arizona dove paesaggi, clima torrido, gente pacifica gli ricordano la sua Puglia.

…la scoperta di nuove tecniche pittoriche

A Tucson impara l’antica arte della Pittura ad Encausto, pittura con la cera che si sviluppa in Egitto prima del classicismo greco. Egiziani e Greci lo aiutano a capire meglio lo sviluppo delle superfici e le analisi delle aree. Mette così in pratica i principi di simmetria dinamica nella composizione della sua pittura. Grazie anche all’uso di questa particolare tecnica e a una maturazione intellettiva e artistica dirà poi: “…finalmente sono capace di dipingere un quadro come lo sento…”

…e il periodo astratto

Nelle sue tele semi astratte, masse di colore e di roccia illuminate dal sole, realistiche nei loro dettagli pittorici, hanno perso un pò di quel clima assorto pugliese ma ne hanno acquistato in emotività. Qui in Arizona sperimenta il terribile impatto con il deserto e i dust devils (diavoli di polvere). Per i suoi meriti artistici ottenne la cittadinanza onoraria di Tombstone. Un critico americano ne esalta la produzione artistica dicendo che Manlio in pochissimo tempo e in pochi mesi di lavoro nel West aveva capito la sua profonda natura e essenza. Nessun altro artista, nato in questa terra, aveva mai capito né descritto così bene in pittura il fascino del deserto. Le sue opere sono presenti in un film americano. Il richiamo del mare lo porta a Santa Barbara dove comincia a osservare i leoni di mare e il passaggio delle balene e dove dipinge ritratti.

Il ritorno in Italia

Ritornato in Italia, si stabilisce nella campagna a nord di Roma, sulle colline etrusche di monte d’Arca. Dopo l’America dà più significato spirituale all’umile realtà della terra, il cielo cala sulla scena come un sipario, un dramma di rocce pesanti, metafora della tragedia dell’uomo contro la propria anima. I suoi lavori possono apparire astratti. Con la raggiunta maturità, la base figurativa viene privata fino all’osso dalla sua natura, lasciando solo un singolare equilibrio tra le forme sul limite dell’astratto. La pittura è molto  libera e rigorosa, meditata e sofferta, sempre controllata, forme essenziali e grandi campiture prive di sbavature o corpi estranei dove il colore calato nel disegno viene assorbito dalla forma e nella forma si fonde. Questa pittura non oggettiva dà forza e dignità. Si dedica non alla ricerca del tempo perduto ma a utilizzare il tempo ritrovato.

Tutto è un’alternanza di gioco cromatico e forme…

…superfici granulose e audaci campiture. Straordinaria è la capacità di coinvolgere lo spettatore nel quadro, immergerlo, attirarlo assorbirlo nelle geometriche forme. Per capire i suoi quadri bisogna darsi tempo, lasciare che si formino nel nostro intimo . Manlio Guberti, esperto anche di musica ed eccezionale pianista, nei suoi quadri predilige il silenzio ed elimina ritmo e melodia.

….”i miei quadri con il loro linguaggio silenzioso sono fatti per parlare…”  (M.G.H)

Gli ultimi anni della sua vita….

Inoltre il suo grande amore per il mare e la navigazione lo portano a costruirsi una barca con le proprie mani e a scrivere un libro dal titolo La vela. Il libro fu pubblicato dalla Hoepli nel 1952 ed ebbe due ristampe; in esso promulgava un nuovo tipo di vela da lui stesso ideato.

E’ anche pioniere della serigrafia sul quale ha scritto un manuale per artisti. Il suo lavoro da incisore gli sarà estremamente necessario per elaborare il taglio dei suoi quadri migliori. L’artista Manlio è un tutt’uno con l’uomo Guberti che nella vita ha preferito scegliere strade difficili e che ha posto la pittura come il suo scopo di vita. Molti dei suoi quadri fanno parte di collezioni private e pubblici musei in Europa, Stati Uniti, Medio e Estremo Oriente, in Australia e Russia. Al museo di Yaroslavl’ in Russia donò 58 opere di grande bellezza.

...e la malattia che lo allontana dalla pittura.

Un’ischemia lo allontana, suo malgrado, dalle tele ma anche se la  mano non era più ferma; la sua testa, pregna di quell’intelligenza vivace, partorì meravigliose, toccanti e struggenti poesie. Si spegne nelle campagne romane lasciando un incolmabile vuoto affettivo e una pittura che non si può non amare.

…“sono lieto che il mio mestiere sia quello di andare a vedere come il mondo creato sia bello e poterlo raccontare….” (Manlio Guberti  Helfrich)

Chiara Sticca

Art Advisor

Dal WEB: il testo di Teresa Maria Rauzino