“Photo Exhibit” di Officina 21F e Giuseppe Lo Cascio

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Quando
Date(s) - 03/11/2017 - 09/11/2017
Tutto il giorno

Dove
Medina Roma


Officina 21F e Giuseppe Lo Cascio da Medina!

Dal 3 al 9 Novembre Medina Roma ospita due mostre fotografiche: “Sputo – ibrido fotografico” del Gruppo di Fotografia Indipendente Officina 21F e “Humana Dea” di Giuseppe Lo Cascio.

Vernissage: Venerdì 3 Novembre ore 18:00

 

Gruppo di Fotografia Indipendente  “OFFICINA 21 F”

BIOGRAFIA:

Il gruppo di fotografia indipendente “Officina 21F” è una realtà nata a Tivoli (Rm) nel Dicembre del 2011. Ha al suo attivo numerose mostre in Italia e all’estero. Per scelta, Officina 21F non è un’associazione, non ha libri contabili, statuto o forme giuridiche. Non ha una sede. Le riunioni, quando necessarie, si svolgono in locali pubblici di diversa natura.
Attualmente il gruppo è formato dai fotografi Lucas Meloni, Alessandra Poggi e Gianni Boattini.
Dal suo esordio, la sperimentazione si orienta nell’assemblare pezzi di circostanze quotidiane. Teatrale, come teatrale è la vita delle genti è la composizione. Quella di Officina 21F è una fotografia articolata da incongruenze volute. La narrativa non va oltre la singola opera fotografica. L’impressione è quella di vivere delle storie interrotte, frammentate. Una scelta impropria ma utile a rendere instabile il desiderio di porre una conclusione definita al racconto. Il gruppo, parte dal presupposto che la

fotografia, nella sua meccanica interpretativa, non produce realtà;

ma solo un aspetto disorientato, illusorio della stessa; predispone rime dissonanti all’interno di strutture che non hanno presunzione di dottrina ma di ragionamento speculare. Il nostro tentativo è di rendere instabile una percezione rassicurante; e dare spazio a materie inquinanti utili ad attivare, stimolare e a liberare l’immaginario recluso. Una poetica, la nostra, che vuole destare la curiosità clandestina dell’intelletto voyeur . In questa sua prima fase di sperimentazione la nostra fotografia non ha valenza di fotografia diretta, di presentazione o rappresentazione del quotidiano.

“SPUTO – IBRIDO FOTOGRAFICO”  

La bocca è la stanza umida arieggiata dal soffio delle parole dove il sipario delle labbra si apre e si chiude alle continue mutazioni narrative dell’inconscio. Passionale o ingannevole la cavità orale accoglie dentro di sé i sapori e le forme della materia nutriente; per poi veicolarla nelle buie profondità delle viscere. È il passaggio obbligato degli dei della vita e l’ultima terribile porta della morte. Posta sotto la colonna del naso la bocca si modella e si contrae alla meccanica delle corde dei muscoli facciali. Mima i suoni e le vibrazioni adagiati nella matrice dei pensieri. È l’atrio della lingua carnosa dei popoli ammassati, uno sopra l’altro, in strati di liquido spinoso gravido di odio e di acquasantiera.

Primo spazio d’incontro degli amanti,

collocato ancor prima della soglia dei sessi; custoditi al centro dei pilastri del tempio. Nelle pozze di saliva si distilla lo sputo, una sostanza organica polimorfa nel suo utilizzo. La decantazione si opera all’interno della fossa delle emozioni individuali. Con lo sputo si traducono gli opposti esistenziali, i disaccordi di fazioni contrarie, il confitto razziale, politico e religioso, il diverso, la rabbia, la vendetta. Si applica, a getto, sulla faccia degli altri. Viene impastato nelle amare misture dell’ignoranza. Serve come solido collante per unire pregiudizi sociali.

È l’arma non convenzionale dell’Io profondo,

perennemente in lotta tra identità fisica e spirituale. Lo sputo fiancheggia la libidine, la sottomissione dei servi. Lubrifica gli orifizi sessuali del corpo inteso come oggetto di orgasmo corrotto. È la contro natura degli offesi e linfa inesauribile delle sputacchiere poste agli angoli della razionalità. Per scelta, il progetto “sputo – ibrido fotografico”, è stato steso su carta non convenzionale da manifesto; a significare la rottura spersonalizzata in cui volge oggi la fotografia, vittima di un lugubre trapianto digitale; che ha reso la sua linfa espressiva asettica nelle forme e coagulante di dinamismo visivo. Pertanto, il pubblico non troverà nelle opere esposte il corredo nuziale del bianco e nero ma l’abito sporco di queste due tinte fotografiche mescolate a loro volta in vapori tonali stantii. Con la scelta della carta manifesto al posto della carta fotografica tentiamo di aprire un

varco di destrutturazione simbolica

dell’opera in sé; utile a dimostrare che il valore non è nella superficie ricevente ma nei contenuti del soggetto rappresentato. Anche in questa mostra l’illogisme pronunciato rende difficoltosa la narrativa. Vani i tentativi di razionalizzare l’irrazionale. Di trovare dei significati significativi nelle opere fotografiche di “Officina 21F”. Tutto sembra incoerente, disposto a caso. Messo in un puzzle di rimandi, di insolenze, di silenzi letargici, di profanazioni volute. Di certo è che la fotografia di “Officina 21F” non passa inosservata.

Contatti:

Gianni Boattini

au.gianboat@virgilio.it

+39 333 2078647

Alessandra Poggi

alessandrapoggi.95@gmail.com

+39 340 5064916

http://www.augianboat.wix.com/officina21f

Precedenti Eventi con Officina 21F: clicca qui!

“HUMANA DEA”  DI GIUSEPPE LO CASCIO

“Non illumino mai i miei soggetti, semmai tolgo il buio…portando alla luce mondi e realtà lontani dal reale altrui…riflessi ed ombre del mio inquieto percepire e credere. La “realtà oggettiva” non mi attrae, nelle crepe del mio mondo decadente trovo riparo da essa; e da tutti i compromessi del comune creare. Non c’è creazione senza distruzione.” 

La produzione artistica di Giuseppe Lo Cascio esprime a tutto tondo le sue capacità spontanee e al contempo acquisite, in ambiti relativi al culto delle immagini; senza porre distinzione se statiche o dinamiche rispetto ad una fotografia o alla sua primordiale attività di regista cinematografico; la sua ricerca difatti rotea e si contempla di un insieme di esperienze, sia dal punto di vista tecnico che espressivo. Difatti, Filmaker, sceneggiatore, in tutta la sua opera e nelle sue ambientazioni suggestive, trapela anche la consapevolezza acquisita; da un ricco excursus di studi in ambito scenografico e dell’illuminotecnica, nelle sue “mise en scene”.  Opere in cui erge un incisivo imprinting, attraverso la fotografia quale transfert di semantiche introspettive e narranti di antri impervi dell’anima; che disegna geografie di labirintiche paure, sulla condizione della donna e alle violenze subite che aspirano alla sua libertà originaria.

Figure transitano nella poetica simbolica,

disperso tra le ferite di corpi abbandonati, legati, in tensione, alla ricerca di un distacco, katarsi; tra condensazioni oniriche visive e “urla sussurrate”, da immagini su cui lo sguardo dell’osservatore si inchioda per riflettere. Corpi che si distaccano e frammentano e ritrovano equilibrio in effetti di ombre e luci; che sovrappongono o dissolvono la figura, come se dipanasse distaccando la materia corporea per ritrovarsi; destandosi nel dominio della sua anima perduta. Tra veli delle stesse pelli, riscontriamo (intrisi di riferimenti psicoanalitici con “triadi” di pensiero e sfaccettature in traiettorie ellittiche di rimandi), strutture in bilico tra il bene e il male. Singole parti del corpo, che si presentano quali feticci erotici, parti violate e dissacrate, cuori strappati dal petto, e perdite della loro padronanza immaginaria di Sé.

Una denuncia di inquietudine,

solitudine, sofferenza, alienazione al di là della materia carnale che l’attraversano; e trascendono per accovacciarsi in posizioni fetali di “ritorno” in cui “udire i suoni del silenzio”; emessi da battiti di farfalle e mnemoniche musiche provenienti dalla metafora di antichi grammofoni. Processi metamorfizzanti, corvi su una poltrona vuota; che procurano lo sconforto della presenza/assenza tra la “Ragione dell’anima” (che è, anche il titolo del suo primo film di lungometraggio).

Un universo che si apre su ambientazioni suggestive,

saggiamente supportate e bilanciate da B/N, con intarsi improvvisi di contrasti di illuminazione, nel palcoscenico dell’esistenza. La luce a volte annunciata dall’alto (lampade che scendono al centro di tetti o cieli); invece altre volte, bagliori ambrati scivolano e confortano carezzevoli, gli incarnati abbandonati, rimembrando effetti sfumati e avvolgenti, delle opere pittoriche caravaggesche. Interpretazioni oniriche, dove al di fuori dalle gabbie materiche dei loro corpi, il loro martirio fisico e psicologico, la forza nobile del femmineo, compenetra e desidera trascendere nel “trasumanar” (“…a uscir fuori a guardar le stelle”). Nonostante compenetrate, tra “selve” oscure in boschi, o minacciate dalla presenza di corvi (in cui Giuseppe Lo Cascio, stabilisce l’analogia con Caronte), nel loro viaggio, queste donne sono derubate dei loro sogni, ricordi, speranze, desideri; dentro quelle “valigie” spesso vicine alla figura insieme a un paio di scarpe, riposte dalla rassegnazione di “far strada”.

Il suo lirismo,

caratterizzato tra stati d’animo e scenari, non sono che la stessa rappresentazione del soggetto, quale parte integrante e inscindibile. Corpi nudi che pure se disposti in pose plastiche e armoniose, non rimandano a un eros inteso con voyeurismo d’intenti; ma a una fisiognomica che dipana nello spazio, talvolta eterea e altre volte carnale, ma pur sempre con rara raffinatezza, nella “mise in scena” dei suoi soggetti all’interno di compositio surreali. Le sceneggiature hanno un impianto descrittivo grazie alla presenza anche della sua “musa” che lui definisce una

“bellezza maledetta”; mai ostentata

nella volgare banalità di estetismi frivoli e fine a sé stessi, ma ricchi di profonda espressività, in cui il pathos richiesto per questa sua ultima produzione fotografica riesce a trasmettere ogni sentimento ed emozione desiderato dal regista siciliano. La modella di origine russa, è nata a Prozersk, ma ha sempre vissuto in Italia, oltre a studiare all’Accademia di belle Arti, dove si sta per diplomare in pittura; ha una naturale predisposizione a interpretare le opere fotografiche di Giuseppe Lo Cascio, in quanto anche attrice in numerosi film televisivi di successo.

Una femme fatale di stampo decadentistico,

come la definirebbe la maggior parte della letteratura o delle arti di quel tempo e che Lo Cascio, lascia divenire…nel suo “mondo di riflesso di idee” platoniche, di profondità intimistica tra aspetti naturalistici e interni minimalistici. “L’arte è superficie simbolo. Chi va oltre la superficie lo fa a suo rischio e pericolo”, scrive così Oscar Wilde e il regista siciliano tra “staging” raffinati, non smentisce mai gli equilibri estetici; senza mai svuotarli di quegli anagrammi-logos, di quella società che scivola in quella china pericolosa, che non solo tratta di violenza fisica del femminicidio, ma di quella che affonda nella psiche, nell’indifferenza e desolazione. Immagini di denuncia che dal pulsionale scopico, echeggiano di dissacrazione dell’idolatria primordiale e ne dissolvono ogni equilibrio- “intra” possibile e ne dissocia e annienta le ragioni. Giuseppe Lo Cascio, nel contemporaneo ha il coraggio di ritrarne anche i colori delle “apocalissi” ne sottolinea un

“aestheticism” (percepire dei sensi),

come fosse aurea oltre il circoscritto velo superficiale del femmineo, al di là di linguaggi ipocriti che deviano con falsi cliché, archetipi o icone false, per adempiere a specchi rifrangenti di luce/segno/ forma/spettro/ombra, appunto: animae e animus. Il suo è un vasto repertorio narrativo, che in spirali di traduzioni stilistiche, colpisce assenze ermeneutiche, come ad esempio si riscontra, nel lasciar trapelare spesso, la presenza del numero sacro del tre,

La sacralità presente nella donna

e come nei cieli circoscritti in tele/finestre, che bucano le pareti per immaginare trasvoli im/possibili e fondersi nello spazio infinito; filosoficamente appartenente al distacco materico, verso visionarie interiorizzazioni. L’efficacia della resa tecnica associata alla grande espressività, insita nella sua cultura e sentimento, è da trasporre in shakesperiana “sostanza dell’immagine/ sogno” e di raggiungerne in pieno il linguaggio dell’arte. Un mettere in gioco la sintesi e la completezza di una profonda sensibilità, tradotta nel sub umano sia dell’osservatore che ne viene a contatto e di chi bascularmente ne emette i messaggi. In “quelle regioni” abitabili senza limiti, al di là di soglie negate a cui accedere, al di là di punizioni, al di là nell’oltre limen di quegli orizzonti dove è possibile raggiungere mete di speranze perdute, ricomporre tutte quelle parti mutilate, mortificate, sezionate e dissacrate, raggiungere l’oceano del Sé, in quel locus disperso dell’ “Humana Dea”.

Dott.ssa Francesca Mezzatesta

Storico e critico d’Arte e spettacolo

http://www.giuseppelocascio.com/

 

Officina 21F e Giuseppe Lo Cascio